Navalny e noi

Il punto non è chi era Navalny.

La questione è che in Russia, così come in molte parti del mondo, se contesti il potere, vieni identificato, prelevato dalla tua vita quotidiana, incarcerato, magari torturato, ucciso.

E qui non discutiamo di civiltà superiori o inferiori (è un modo infantile di vedere le cose del mondo).

Sta di fatto che forse per un caso della storia, da noi io posso alzarmi in un consiglio comunale di una città sperduta in un Paese in declino e dire la mia. Contro chi governa e le sue scelte. Posso, da cittadino normale, addirittura candidarmi ed essere eletto grazie al voto di altri cittadini. Senza sperare in un’improbabile rivoluzione, nella violenza salvifica che salvifica non è, o in un cataclisma di qualsiasi sorta.

E posso farlo anche in mezzo alle tantissime contraddizioni di un sistema tutt’altro che perfetto.

Questo è il punto. E il motivo per cui questo sistema imperfetto rimane una conquista enorme. Tra l’altro pagata col sangue e la sofferenza di milioni di persone, la povera gente in memoria della quale siamo chiamati a difenderla, questa conquista. Dal fascino delle soluzioni facili, degli uomini soli al comando, del “si stava meglio quando si stava peggio”.

Me lo hanno insegnato i miei nonni, contadini, con la terza elementare, che dell’uomo solo al comando avevano conosciuto bene il valore infimo e l’attitudine violenta.

La storia non è una linea continua. Non sempre. Dipende da ciascuno e da ciascuna di noi il senso, l’intensità, la capacità e il valore della democrazia.