Il lavoro di Sportello Donne Pomezia

Più centri antiviolenza e case rifugio, ma soprattutto più sostegno economico alle donne che intraprendono percorsi di uscita dalla violenza. E poi tanta tanta prevenzione, attraverso l’educazione di giovani, ragazze e ragazzi, bambine e bambini. Questo, in estrema sintesi, il messaggio di Teresa Di Martino – giornalista, attivista e volontaria di Sportello Donne Pomezia – alla domanda che in tanti ci poniamo, soprattutto oggi: violenza contro le donne, che fare?

Teresa, puoi dirci cos’è Sportello Donne Pomezia e cosa fa?

Sportello Donne Pomezia è un progetto femminista di contrasto alla violenza di genere nato a Pomezia nel 2013. Lo sportello lavora in collaborazione con il centro antiviolenza Marielle Franco di Nettuno (che opera anche ad Ardea, a Tor San Lorenzo), con il consorzio sociale di Pomezia e Ardea e con il Pronto soccorso della Clinica Sant’Anna. Le operatrici volontarie, tutte formate, sostengono gratuitamente le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza, avvalendosi della collaborazione di avvocate, psicologhe, mediatrici culturali, assistenti sociali. Lo Sportello è attivo il mercoledì e il venerdì presso la Clinica Sant’Anna di Pomezia, dalle 18.00 alle 20.00, e il giovedì presso la sede del Comune di Pomezia in via Pier Crescenzi 1, dalle 15.30 alle 17.30.

Sportello Donne Pomezia non lavora però soltanto sull’emergenza ma anche e soprattutto sulla prevenzione, con progetti di informazione alla cittadinanza, sensibilizzazione sul territorio, educazione alle differenze nelle scuole. In 10 anni ha creato una rete con tutte le realtà locali – scuole, associazioni, consultorio – per fornire gli strumenti utili a riconoscere la violenza di genere, che è un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società.

Violenza di genere ad Ardea e Pomezia: qual è la fotografia della situazione attuale, dal vostro punto di osservazione?

La maggior parte delle donne che si rivolgono a noi vivono una situazione di violenza domestica, vale a dire che vivono in casa con un uomo che agisce violenza fisica o psicologica o economica o sessuale, o tutte assieme. Chi arriva a Sportello, in autonomia, tramite servizi sociali o pronto soccorso, ha già fatto un passo nel lungo percorso di fuoriuscita dalla violenza, perché l’ha riconosciuta. Chiedere aiuto è il primo passo, ma è importante sapere a chi rivolgersi. Le operatrici di un centro o di uno sportello antiviolenza sono formate all’ascolto delle donne e alla sospensione del giudizio. Chi viene da noi si sente libera di dire ciò che sente, senza preoccuparsi del giudizio, senza la paura di non essere creduta. Perché prima della denuncia ci sono diversi passaggi da fare, innanzitutto di consapevolezza della situazione da parte della donna stessa e poi di messa in sicurezza per la donna e per eventuali figli.

È difficile tracciare un profilo unico delle donne che vivono situazioni di violenza nel nostro territorio, proprio perché la violenza maschile contro le donne non ha età, status sociale, nazionalità. Ma ci sono diverse variabili che si ripetono spesso, prima fra tutte l’azione di isolamento che gli uomini violenti operano nei confronti delle donne. Come diciamo sempre il femminicidio è la punta della piramide della violenza, che ha alla base comportamenti di controllo, stalking, minacce, una violenza psicologica molto diffusa e molto difficile da riconoscere e denunciare perché non lascia lividi. Ma alla base di una relazione violenta c’è sempre la volontà maschile di isolare, socialmente ed economicamente, le donne. Perché la dipendenza nutre la violenza. Proprio per questo molte delle donne che si rivolgono a noi non lavorano e non hanno un’autonomia e un’indipendenza economica, il che rende ancora più complicato il percorso di allontanamento.

In questi giorni, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin si parla moltissimo di patriarcato, sui giornali e in tv. Non tutti attribuendo però lo stesso significato a questa parola. Puoi spiegarci tu? Cos’è il patriarcato?

Il patriarcato è un sistema sociale di potere maschile, che si manifesta sia nel pubblico che nel privato. Se dal punto di vista normativo non ci sono più differenze di genere nell’accesso a cariche pubbliche o settori lavorativi, così come non c’è più discriminazione di genere nel diritto familiare, ciò che accade realmente nella società ha ancora i tratti del patriarcato (del resto fino al 2022 i nuovi nati prendevano automaticamente il cognome del padre). 

Quando si dice che i femminicidi (uno ogni 3 giorni in Italia) sono figli una cultura patriarcale, si denunciano fondamentale due questioni:

  1. la violenza sulle donne si consuma nella maggior parte dei casi in famiglia (mariti, compagni, ex, padri)
  2. anche dove non c’è violenza, il modello familiare dominante è ancora quello che vede una divisione dei ruoli basata sul genere, dove alle donne è delegata la cura della casa, dei figli, degli anziani

Parte tutto da qui, dall’idea che le donne abbiano un preciso posto e un dato ruolo nella società, e quando escono da quel recinto, quando scelgono di allontanarsi, di prendere un’altra strada, di liberarsi, quel che accade ogni 72 ore è che viene uccisa per mano di un uomo. 

Come si combatte la violenza di genere? Quali e quali attori strumenti servono?

Dal punto di vista dell’emergenza, ciò che è importante fare è sostenere economicamente le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Non si tratta di vittime, parola che noi non usiamo mai. Si tratta di donne molto coraggiose, che hanno però bisogno del sostegno concreto delle istituzioni. E quindi non bastano i centri antiviolenza e le case rifugio, comunque sempre troppo pochi e sottofinanziati dalla politica, servono misure per garantire a queste donne le condizioni materiali necessarie ad affrontare un percorso di autonomia. 

Ma ciò che è più importante fare è intervenire sulla prevenzione, perché, come vediamo quotidianamente e come ormai si denuncia da più parti, la violenza maschile contro le donne è un fenomeno strutturale e culturale, che non può essere affrontato soltanto con un approccio repressivo. 

È necessario partire dall’educazione delle bambine e dei bambini per mettere in moto quel cambio di passo che ci permetterebbe di combattere realmente ciò che è alla base della cultura maschilista e patriarcale (stereotipi, discriminazioni, linguaggio). Ogni scuola del Paese dovrebbe essere presidio di educazione sessuale e affettiva, laica e obbligatoria, che parta dalle scuole dell’infanzia e permei ogni ordine e grado dell’istruzione. È quindi urgente inserire nei programmi scolastici l’educazione alle differenze, al rispetto, alla consapevolezza di sé, del corpo, del confine, del consenso. Non bastano 30 ore extracurriculari facoltative per le scuole superiori (vedi Valditara). 

Anche per questo, insieme ad Ohana, a partire dal 13 gennaio, Sportello Donne Pomezia avvierà un percorso sperimentale rivolto a giovani dai 16 ai 20 anni: 10 incontri totalmente gratuiti curati da un team multidisciplinare in cui tratteremo di consapevolezza dei corpi, confine, consenso, identità di genere, stereotipi e discriminazioni, amore, sesso e potere. 

Sempre da gennaio, presenteremo il progetto alle scuole di Pomezia e Ardea per iniziare a incontrare studenti e studentesse con il nuovo anno scolastico. Siamo certe che sarà accolto con entusiasmo da presidi, docenti e genitori.