Studi? Sei un folle.

Sono uno studente universitario pendolare – appartengo alla categoria più sfortunata, lo so – e l’altro giorno ho avuto una discussione. Ve la racconto.

Ora di pranzo, Cotral, fermata di Spinaceto, direzione Torvaianica.

Sale sull’autobus e si siede vicino a me un ragazzo di 15 anni con una sua amica e parlano di scuola.
Frequentano un istituto tecnico a Roma e parlano di quanto poco stanno facendo in questi primi giorni di scuola, sono felici.
Mi intrometto, perché zitto non so stare, e dico loro che faccio l’università… non volevo un applauso o una medaglia, s’intende, ma neanche farli ridere.

Il ragazzo mi ha guardato come se fossi un pazzo. Non riusciva a capire perché, dopo cinque anni di superiori, uno (evidentemente con qualche rotella fuori posto) dovrebbe andare per tre anni all’università e magari poi farsene altri due per poi lavorare. ROBA DA MATTI !!!

Dal canto suo, lui faceva la miglior cosa possibile: un istituto tecnico qualsiasi, basta che si studia poco, si prende un pezzo di carta e si va a lavorare.
Questa cosa mi ha fatto pensare tutto il giorno.

Prima considerazione. Ormai i Licei muoiono perché, se non precedono un corso di laurea, non servono a molto e se ne potrebbe parlare per ore di come le cose dovrebbero cambiare, ma è lunga (un giorno ve lo dico magari).

Seconda. Con l’istituto tecnico si sceglie una professione e ci si prepara a svolgerla.

Terza, e stavolta più importante. La scelta dei giovani ricade su scuole nelle quali serve uno sforzo minimo per conseguire il diploma.
Capiamoci, nulla in contrario con l’ITIS, ITI o altre scuole professionali… ma i ragazzi non ci vanno per avere più sicurezze future. Scelgono di non sforzarsi, di non fare quel sacrificio che io universitario faccio ogni mattina, quello di alzarmi e andare a lezione, quello di studiare quei cinque anni della mia vita in più e in cui potrei fare altro magari… ma cos’altro?

E’ la cultura a perdere. Le generazioni di adolescenti evitano il liceo come la peste, fanno scuole che non gli piacciono per fare lavori che non li soddisferanno.
Dov’è il sogno, l’ambizione, la voglia? Sono matti quelli che studieranno per fare il lavoro che “desiderano” fare? Sono furbi quelli che si “accontentano”?

Ho cercato – senza successo – di spiegare che una laurea ti porta al lavoro che vuoi veramente fare, che ti apre più porte nel mondo lavorativo e che, in teoria, ti fa svolgere un lavoro meglio retribuito… e qui un po’ di successo l’ho ottenuto.
Manca da parte dei giovani la voglia di mettersi in gioco, di faticare per le cose che si vogliono.
Sarà che la scuola risulta ancora la stessa di anni fa, che non stimola i giovani o magari la cultura non è più un importante e bisogna diplomarsi in fretta.
Sarà forse che gli istituti tecnici ormai hanno nomina di essere “facili” e di questo gli studenti ne approfittano. Il mio tentativo di conversione è fallito.

Le iscrizioni all’università sono calate del 20% in quest’ultimo decennio secondo i dati Ocse e della Fondazione Res. Un dato allarmante che mostra come il progresso va avanti, ma l’Italia ne resta fuori. Quali le cause di questa anomalia?
Di questi tempi trovare un lavoro è difficile, ma la strada giusta, proprio in un momento di difficoltà, è quello dello studio, essere pronti a quello che verrà e cercare di migliorarsi.

Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua, diceva Confucio.
Ci sono rimasto un po’ male quella mattina, all’ora di pranzo, sul Cotral, direzione Torvaianica.