Roma, un film di Alfonso Cuaròn

A cinque anni dal pluripremiato “Gravity”, Alfonso Cuaròn torna nel suo Messico, dove esordì con “Y Tu Mama También”, per girare un film autobiografico.

“Roma” è un affascinante viaggio nella memoria all’inizio degli anni ‘70, tra i ricordi d’infanzia e un Messico in cui coesistevano spinte nazionaliste, politiche terzomondiste e violente repressioni.

Il desiderio di Cuarón di tornare alle origini è nato dalla necessità di omaggiare le figure femminili che lo hanno cresciuto ed educato. Il film passa attraverso lo sguardo di Cleo – Yalitza Aparicio attrice non professionista – domestica indigena tuttofare che si occupa della casa, delle sette persone che ci vivono (padre, madre, nonna e quattro figli) e del cane, lavorando senza tregua dal mattino alla sera. È lei a proteggere i bambini dalle avversità e dalle tensioni, ed è sempre lei a invocare quel senso di maturità e responsabilità che manca alle figure maschili.  La prospettiva di Cleo si salda a quella di Sofia, la sua “padrona”, che è una biochimica di discendenze spagnole sposata con un medico: entrambe infatti sono accomunate dalla loro condizione di donne in una società patriarcale, condannate a essere emarginate e relegate all’ambito famigliare e alla cura dei figli. 

“Roma” richiama alcune opere fondamentali del neorealismo italiano: nella fotografia con il suo intenso bianco e nero, nella caratterizzazione dei personaggi e nelle periferie desolanti e degradate. L’opera di Cuaròn coinvolge perché intima e nostalgica, punta tutto sulla sfera emozionale nella quale emergono disperazione e speranza, dolore e gioia, stati d’animo e sentimenti che fanno riflettere ed emozionare. Così come il poeta sceglie parole desuete, considerate difficili perché sconosciute nel linguaggio comune e, a volte, addirittura le inventa, allo stesso modo Cuaròn utilizza le immagini, le inquadrature e il bianco e nero che non sono altro che il linguaggio del cinema. 

La bellezza di questo film è esaltata dalla maestria tecnica del suo autore: dalla sceneggiatura essenziale, al montaggio, alla regia con piani sequenza e riprese struggenti, fino alla meravigliosa fotografia. Inoltre una curiosità: per la scenografia sono stati utilizzati mobili e oggetti della casa d’infanzia del regista. 

Il senso profondo dell’opera di Cuaròn è tutto nella sua convinzione di un universo che può essere protetto e salvato soltanto dalle donne e dalla loro innata capacità di dare la vita e di averne cura.

Insomma, uno dei migliori film dell’anno, meritatamente vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia (il primo targato Netflix) e di ben tre statuette agli ultimi Oscar: per miglior film straniero, miglior regia e miglior fotografia.