Robinù, un film documentario di Michele Santoro

Robinù è un documentario di Michele Santoro e Maddalena Oliva sul tragico fenomeno della criminalità minorile di Napoli detta Paranza dei bambini, già descritta con la solita profondità da Roberto Saviano nell’omonimo libro. Il documentario di Santoro potrebbe essere considerato il corollario del romanzo, se non addirittura una sorta di legittimazione perché, se molti detrattori di Saviano hanno cercato di metterne in discussione la veridicità degli eventi narrati, marchiandolo come il principale rappresentante del cosiddetto fenomeno dello Sputtanapoli, di fronte al realismo delle immagini di Santoro non è possibile fare obiezioni del genere.

Prima di tutto i luoghi: c’è il cuore di Napoli. da Forcella ai Quartieri Spagnoli, c’è il mostruoso carcere di Poggioreale, ci sono i vicoli, le piazzette e i bassi, appartamenti piccoli e bui che danno sulla strada.

I ragazzi intervistati in carcere hanno tra i 17 ed i 22 anni, quindi qualcuno si trova nel carcere minorile e qualcun altro è già passato in quello degli adulti. I loro racconti vengono sapientemente alternati con le parole dei genitori e di due ragazzini che vivono nelle zone dove sono avvenuti i numerosi omicidi di questa guerra.

I ragazzi raccontano delle loro esperienze con la stessa naturalezza che avrebbero se parlassero con un coetaneo di una serata brava, descrivono il loro rapporto con le armi, in particolare uno dice che imbracciare un kalashnikov è come avere tra le braccia Belen. Michele invece ha un sorrisetto sinistro che sfodera ad ogni domanda e uno sguardo fisso inquietante almeno quanto le sue risposte. Quando dice: “mio fratello per me è morto” solo perché, giustamente. se n’è andato da Napoli per evitare di essere ammazzato per colpa sua, si ha la sensazione che il suo imperativo categorico di prevalere su tutti non abbia limiti.

Poi ci sono i genitori che, a differenza di quel che si potrebbe pensare, non sono affatto tutti criminali, solo uno lo è: il figlio lo ha visto sempre dal carcere e gli manda un video con un messaggio positivo che sembra davvero far breccia nel figlio. Gli altri genitori sono persone semplici che disperatamente chiedono che ai propri figli, colpevoli di delitti terribili, sia data la speranza di avere un’ opportunità di vita dopo aver scontato la pena. La questione più delicata che si pone ad uno spettatore di questo documentario è proprio quella della riabilitazione di un uomo dopo una detenzione così lunga, della reale efficacia di una pena che vedrà questi ragazzi uscire dal carcere a 40 anni.

Un documentario che va visto per prendere coscienza di una piaga che fa parte delle nostre vite e che non può essere dimenticata nel silenzio, un problema che va contrastato con politiche costruttive che non si limitino all’invio di forze dell’ordine in massa se non addirittura di militari, ma  che riescano a creare le condizioni per la diffusione di cultura, scuola e lavoro.