Accabadora di Michela Murgia

Accabadora è un termine sardo che deriva dallo spagnolo “acabar” che significa terminare, porre fine. Infatti la Accabadora era colei che, di fatto, praticava l’eutanasia.

Fillus de anima è invece un figlio non biologico, ma adottato, già cresciuto da una signora senza figli né marito, un’usanza sempre legata alla Sardegna che forse ha una sua logica nel fatto di poter garantire una dote migliore alla figlia affidata. E’ proprio nell’incipit che la sapiente penna di Michela Murgia lo spiega: “Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”.

In un’ ambientazione arcaica che è solo apparentemente tradizionalista ci ritroviamo invece di fronte a una cultura popolare nella quale è consuetudine sia l’eutanasia che l’adozione da parte di un genitore single, figure ancora dibattute e non previste dal nostro ordinamento giuridico.

La protagonista del libro è Maria adottata all’età di sei anni da Bonaria che fa il mestiere della sarta, ma è per tutti i paesani Accabadora, la signora che arriva protetta dall’oscurità della notte a soffocare il dolore con un cuscino sul volto dei moribondi. La sua figura è molto rispettata e forse temuta anche se di fatto la sua opera viene richiesta come una grazia. Bonaria dimostra il suo rigore morale e la sua severità in diversi episodi nello svolgimento del romanzo anche nei confronti di Maria. In particolare emerge come una figura che in qualche modo è una custode della saggezza e che quindi si può permettere, anche con una certa fermezza, di negare la sua opera in situazioni nelle quali non lo ritiene giusto. “Le cose che si fanno si fanno e le cose che non si fanno non si fanno” questa è una delle espressioni ricorrenti ed esplicative di quel senso di giustizia che sembra non ammettere sfumature per i personaggi del romanzo. Ad un certo punto però, Nicola, un ragazzo amico di Maria perde una gamba e decide che vuole morire.

A questo punto credo sia obbligatorio non svelare altro della trama per non rovinare la lettura a chi decidesse di iniziare questo romanzo. Ma è invece interessante, al di là di quale sia la conclusione del romanzo, soffermarsi su quest’ultimo aspetto: rimanere storpi è un motivo valido per voler morire?

Oggi banalmente tutti risponderebbero di no, alcuni a ragion veduta perché vittime di incidenti che li hanno resi disabili ma non per questo insofferenti alla vita, altri in nome del principio assoluto del valore della vita.

Ma Nicola nel romanzo dice chiaramente: “Chi si occuperà di me? Mi laverà il culo la moglie di mio fratello?” e poi ancora rivolgendosi a Bonaria l’accabadora: “Forse voi potete sopportare l’idea di vedermi come un verme per tutta la vita che vi resta, ma a me spetta un peso tre volte maggiore. Se mi aiuterete passerà per morte naturale”. Le sue ragioni sono concrete e mettono in dubbio la concezione del valore assoluto della vita. Per Nicola il valore della sua vita era evidentemente negativo perché non intravedeva opportunità per sé e si riteneva un peso sulle spalle dei suoi cari. Credo che Nicola, in un altro contesto, come quello di oggi, nel quale grazie alla tecnologia le opportunità per i disabili sono aumentate, avrebbe reagito in maniera diversa. Egli avrebbe intravisto una possibilità e sarebbe riuscito a dare un valore alla sua vita, difficile ma comunque preziosa. La voglia di vivere o meno non è una forza interiore che dipende solo dai nostri valori o dalla religione, ma è anche, e forse soprattutto, direttamente correlata alla nostra percezione delle opportunità che abbiamo di realizzare i nostri obiettivi in futuro e quindi strettamente legata al contesto nel quale viviamo. Non credo sia corretto affermare che ognuno in qualunque luogo possa crearsi le opportunità. E’ giusto credere di poter realizzare quel che è possibile in base al luogo e al tempo in cui si vive. Ad esempio, immagino che Nicola oggi possa aver avuto una protesi per camminare quasi come prima dell’amputazione della gamba e che magari possa aver partecipato alle Paralimpiadi. Posso allo stesso modo comprendere e ritenere giusto che qualsiasi essere umano sia in grado di decidere della propria vita, e che sia in grado di stabilire fino a che punto il proprio istinto di sopravvivenza debba resistere o soccombere in nome del diritto a non soffrire.