Di mense, scuola ed educazione ad Ardea e non solo

Capita, a volte, che Ardea conquisti l’onore delle cronache nazionali. Di solito, quando succede, non è per particolari meriti o per notizie positive.

Io cerco sempre di non abituarmi a questa “cattiva” fama. Così, provo a distrarmi, a non prestare troppa attenzione e mi concentro su altro.

L’ultima volta, però, non ci sono riuscito.

Sabato scorso, infatti, Ardea è apparsa sulle pagine web de Il Fatto Quotidiano. Il tema è la “rivolta” dei genitori dell’Istituto Comprensivo Ardea 3 contro il Dirigente Scolastico, la cui colpa sarebbe quella di voler imporre un particolare menù (panini), a discapito di altri (pasta e alimenti particolarmente conditi), alle famiglie che hanno scelto di non usufruire della mensa.

Devo dire che la polemica mi interessa poco. Con gli elementi che ho a disposizione non saprei neanche dire se, su questa particolare vicenda, abbiano ragione i genitori o il preside Eufemi.

Certo, l’articolo non è un buon esempio di giornalismo se lascia intendere che il Dirigente sarebbe stato condizionato dalla ditta che si occupa della refezione scolastica, senza offrire la minima prova a supporto di questa tesi e, anzi, affidando la sua esposizione a un anonimo virgolettato.

Il punto però non è questo.

Io sono figlio di un’insegnante. Per lavoro mi occupo di didattica, di agricoltura e anche, a volte, di educazione alimentare legata ai processi di produzione del cibo. E poi mi piace mangiare, soprattutto in compagnia!

Sono sensibile, perciò, a tutto ciò che ha a che fare con la ricerca di cibo più genuino. Soprattutto se riguarda i più piccoli cittadini della mia terra.

Capisco, quindi, sia l’esigenza di una refezione scolastica che rispetti determinati standard di qualità, sia le esigenze economiche delle famiglie (5 euro al giorno, in effetti, non sono pochi!).

Tuttavia considero il pasto da casa – così come permesso dal MIUR da un anno a questa parte – una soluzione sbagliata e, per alcuni versi, dannosa a un’esigenza reale.

Il pasto a scuola non è semplicemente un momento “libero” da vincoli educativi, come ad esempio può esser la ricreazione (anche se io sarei anche qui abbastanza in disaccordo). Il pranzo è anzitutto un momento “comunitario”: si mangia insieme, i più veloci con i più lenti, i ragazzi “normodotati” e quelli con difficoltà fisiche o mentali, i bambini con genitori benestanti e quelli che vivono in situazioni di disagio economico e sociale. Questa caratteristica rende il pranzo un tempo altamente “educativo”: si impara insieme come si sta a tavola, si impara a mangiare tutto, perché fa bene e perché pretendere un menù personalizzato è – in assenza di problemi di salute – un capriccio. E i capricci di un bambino sono anticipazioni di un cattivo adulto di domani. Si impara a rispettare chi mangia con noi e chi ha preparato il pasto. Si impara a non lasciare avanzare troppo, perché per ogni spreco alimentare c’è sempre qualcuno che soffre di malnutrizione, a volte neanche troppo distante da noi. Si impara, poi, a riconoscere i sapori dei cibi e – se si è ben stimolati – si impara anche a conoscere il cibo e a chiedersi da dove viene.

Insomma, il “pranzo a scuola” è un momento strategico, se si vuole educare.

Il pranzo da casa spezza anzitutto questo carattere “comunitario” del pranzo: gli alunni che usufruiscono del servizio mensa devono – per legge – mangiare in un luogo separato da chi ha il pranzo preparato dai genitori, con i docenti costretti a turnazioni folli e, soprattutto, a rinunciare del tutto al loro ruolo educativo.

Come uscirne, però?

Alcune proposte intelligenti ed educative – capaci cioè di ridurre i costi per le famiglie e al tempo stesso garantire qualità del cibo e principi educativi – ci sono. Un esempio? Gli orti scolastici. Ci sono scuole in Italia che praticano orticoltura didattica da anni. Un orto è anch’esso un’esperienza comunitaria, capace, tra l’altro, di coinvolgere famiglie e personale della scuola.

In alcune scuole, i frutti dell’orto vengono poi utilizzati anche per la mensa scolastica, creando una vera e propria “filiera educativa”.

Sul cibo da casa, invece, occorrerebbe iniziare a “fare cultura”. Non abbiamo bisogno dell’ennesima guerra genitori-preside o genitori-insegnanti. Perché invece non farsi promotori – come docenti, ma anche come genitori – di una campagna nazionale capace di convincere (facendo semplicemente riflettere) della bontà di un pranzo condiviso e uguale per tutti? Chissà che magari, proprio partendo dalla scuola, non sia possibile creare comunità più sensibili, educative e capaci di costruire un futuro migliore per tutti.