Festa d’Europa. Intervista a Fabio Massimo Castaldo

Il 9 maggio 1950 la Dichiarazione Schuman dava il via alla costruzione dell’Europa unita. Anche per questo, il 9 maggio è stato scelto come Festa dell’Europa. Sono passati 70anni e oggi l’Unione Europea è una realtà unica al mondo: ne fanno parte ben 27 stati, che hanno scelto la via della pace e della cooperazione in ogni settore della vita sociale.

In occasione di questa ricorrenza e del Settantesimo anniversario dalla Dichiarazione di Schuman, abbiamo posto alcune domande a Fabio Massimo Castaldo, cittadino di Ardea e Vicepresidente del Parlamento Europeo.

Cosa serve al modello europeo per continuare in modo prosperoso la cooperazione tra stati avviata il 9 maggio 1950? Secondo lei c’è ancora da festeggiare? Perché?

«Nella Dichiarazione di Schuman si legge che “l’Europa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Per continuare in modo prosperoso il progetto Europeo c’è bisogno di questo: di fatti, di azioni concrete che realizzino davvero la solidarietà tra i popoli. L’Unione Europea ha un disperato bisogno di adottare misure che siano vicino ai bisogni dei cittadini: creare un vero e proprio pilastro sociale, in cui vengano inserite delle tutele per i lavoratori contro la concorrenza sleale a livello europeo, rendere più facile l’accesso ai fondi europei per Regioni e Comuni, adottare misure fiscali contro le grandi multinazionali, come ad esempio la Web-tax. Considerato il momento di grande sofferenza e di dolore per il continente per le decine di migliaia di morti che stiamo purtroppo piangendo, un puro e semplice festeggiamento sarebbe fuori luogo: quello che serve invece è ricordare e onorare i sacrifici di quanti hanno finora lottato per realizzare questo progetto, partendo da un rilancio vero e proprio che affronti i problemi cruciali e che ci proietti verso il futuro con una spinta riformatrice chiara, netta, inequivocabile e che porti l’Europa ad essere sempre di più un continente in cui le diseguaglianze non aumentano ma si riducono, un grande spazio di diritti e di libertà non soltanto economici ma anche politici e sociali».

Dopo i primi anni Novanta sembra essere cambiata la fiducia nelle istituzioni europee. Cittadini europei e stati sovrani hanno iniziato a mostrare “euroscetticismo” e addirittura uno stato membro, il Regno Unito, ha deciso di abbandonare l’Unione. Lei come si considera: euroscettico o euroentusiasta?

«Sono convinto che non ci si debba chiedere se vogliamo “più” o “meno” Europa, piuttosto domandarsi che tipo di Europa sia auspicabile. Ci sono diverse criticità che debbono essere affrontate con convinzione e con coerenza, a partire da una riforma che instauri finalmente una solidarietà concreta nella gestione dei flussi migratori e che superi l’attuale modello del Regolamento di Dublino, fino all’adozione di misure per impedire agli Stati più spregiudicati di assumere le vesti di veri e propri paradisi fiscali all’interno dell’Unione, paradisi a causa dei quali l’Italia perde quasi 7 miliardi di euro l’anno di gettito fiscale, giusto per citare due dei problemi più sentiti.

La sfiducia nelle istituzioni è purtroppo una conseguenza dell’essersi rinchiusi spesso nella torre del tecnicismo e di decisioni percepite come troppo distanti dalla realtà quotidiana, quindi anche un problema di comunicazione esterna di quello che viene fatto, che deve essere superato in funzione di un’Europa che sia effettivamente a portata di cittadino. Penso che tanto l’antieuropeismo, quanto l’europeismo acritico di chi non vuole riconoscere e affrontare le incoerenze di questi anni siano due facce della stessa medaglia, due mali che erodono il necessario impegno che serve a progredire nel faticoso cammino dell’integrazione. Io mi reputo un europeista che crede fermamente nei valori europei ma che guarda con occhio critico le debolezze dell’Unione, proprio al fine di risolverle. Riassumendo in un aggettivo, potremmo forse dire un euro-pragmatico».

Nonostante i settant’anni l’Europa sembra ancora una forza giovane e vicina alle nuove generazioni.  Oltre ai programmi Erasmus, DiscoverEU e molti altri, cosa può fare l’Europa per i giovani?

«Faccio parte della generazione che ha beneficiato ampiamente dei progetti universitari di mobilità studentesca. Il programma Erasmus fa parte del mio bagaglio culturale ma è stata anche un’esperienza che mi ha aiutato a capire il mondo e a formare le mie idee.  Le politiche giovanili sono da sempre al centro della mia attività parlamentare: ho presentato, in ogni occasione possibile, la richiesta di aumentare le risorse per i programmi Erasmus+ e DiscoverEU, che ogni anno permettono a oltre 4 milioni di studenti europei di studiare, formarsi e fare esperienza all’estero.

Tra le ulteriori iniziative dell’Europa per i giovani citerei anche l’Erasmus per giovani imprenditori, un programma che offre la possibilità, a chi ha intrapreso da poco un’attività imprenditoriale, di affiancarsi per alcuni mesi a imprenditori di altri paesi europei con i quali scambiare conoscenze tecniche e magari creare nuovi canali import-export. Considerato che questo programma dovrebbe estendersi presto anche ai giovani professionisti, il cammino verso un’Europa sempre più presente nell’accompagnamento dei giovani verso un mondo del lavoro presenta nuovi spunti interessanti, che dovranno essere costantemente rafforzati».

Qualche giorno fa il Comune di Ardea ha compiuto 50 anni eppure, a giudizio di molti, il nostro territorio ancora sconta ritardi abissali, anche se confrontato con i Comuni limitrofi. Per Ardea l’Europa può essere una risorsa? In che modo?

«Si tratta di una sfida notevole, derivante dal fatto che, negli ultimi anni di politiche di austerity e di pareggio di bilancio, proprio i comuni sono stati spesso vittime incolpevoli di scelte che ne hanno limitato le risorse, menomando gli strumenti di quell’ente che è sempre la prima interfaccia del cittadino, le cui scelte sono fortemente impattanti sulla qualità della vita all’interno della comunità. Proprio per questo motivo le opportunità dell’Europa possono e devono essere sfruttate al meglio, tanto direttamente quanto indirettamente: ad esempio, diffondere la cultura dell’europrogettazione può rendere fruibile un’importante occasione di lavoro soprattutto per i giovani, proprio perché tale disciplina è estremamente tecnica e prevede un elevato livello di conoscenze per avere la garanzia di essere vincenti. Bisogna essere seri: gli esponenti politici che promettono soldi a pioggia a prescindere o che bollano i bandi come troppo complicati, e quindi inaccessibili, con la loro superficialità rendono un pessimo servizio al nostro Paese.

Io mi sono sempre impegnato in prima linea per facilitare l’accesso ai fondi europei diretti e indiretti, per renderli uno strumento fruibile: ricordo ad esempio la mia newsletter che contiene informazioni gratuite e dettagliate proprio sui fondi e sui porgrammi europei, ma anche che la prima edizione del workshop dedicato ai fondi europei “FondiAmo”, da me ideato, si è svolta proprio nella nostra Ardea il 24 ottobre 2015. In questi anni ho sempre ribadito, e continuerò a farlo, la mia piena disponibilità per aiutare il nostro territorio a crescere, per accompagnare le sue realtà dando consigli e informazioni utili. Chi vorrà approcciare questo tema con serietà e dedizione, a ogni livello, mi trova e mi troverà sempre pronto a dare una mano».