Da Torvajanica a X-Factor: intervista ad Anita Guarino

3.386 followers su Instagram, quasi 20.000 iscritti su YouTube: abbiamo intervistato Anita Guarino per farci raccontare il sogno che l’ha portata ad approdare dalla piccola realtà di Torvajanica alle luci della ribalta.

Come ti descriveresti alle persone che non ti conoscono?

Sono una persona molto determinata: se voglio una cosa prima o poi la ottengo. Quando ho un obiettivo il mio scopo è raggiungerlo indipendentemente da quanto sia faticoso. Sono un po’ egocentrica, e a tratti anche timida, ma sul palco mi trasformo. Studio scienze della formazione primaria: adoro stare a contatto con i bambini e mi piacerebbe diventare maestra in una scuola primaria, ma è solo il mio “piano B”. Il mio “piano A” è il canto, la mia più grande passione: nella vita voglio guadagnare cantando e mantenermi così. So bene che non è un mestiere che c’è sempre, un “piano B” serve per forza.

La tua carriera è cominciata aprendo un canale YouTube, ed ora ti seguono in tanti anche su Instagram. Raccontaci come è iniziato tutto.

Sì, sono partita da YouTube. Io sono dell’idea che se vuoi fare questo mestiere non devi “essere solo te stessa” e tutte queste stronzate qua. Uno non può cambiare sé stesso perché prima o poi comunque quello che sei viene fuori, però devi anche studiare il mercato musicale, nel mio caso. Se fai musica lirica, che non è un genere molto attuale, non sei esattamente adatto a questo contesto. Sul mio Instagram curo molto il mio profilo, ma in realtà è per me un modo per farmi conoscere. Oggi il mercato vuole anche questo: un modo per farsi conoscere è YouTube, e subito dopo Instagram. Il mio account è tutto a tema musicale: principalmente esprimo le mie aspirazioni e cerco di condividere qualcosa con chi mi segue. Odio chi riesce a emergere senza aver studiato solo perché è bello e si fa le foto: io ho frequentato 5 anni di conservatorio, ho studiato solfeggio, ho svolto molti corsi, studio canto da quando ho 16 anni. Se riesci a guadagnarti il successo con fatica, sei molto più soddisfatto quando realizzi i tuoi obiettivi.

Quindi hai iniziato a usare YouTube per farti conoscere.

I canali di cover in Italia non vanno: io sono arrivata a 20.000 iscritti perché ho fatto canzoni popolari. “Cara Italia” di Ghali e “Cupido” di Sfera Ebbasta sono le canzoni più visualizzate del mio canale, ma anche quelle che mi piacciono di meno. Le ho fatte perché andavano, per cavalcare l’onda, sono infatti quelle che mi hanno portato più iscritti. Quando parti da zero in un modo dovrai farti notare. Ora che sono riuscita ad emergere posso permettermi di fare canzoni comunque popolari, ma che almeno mi piacciano.

È questo il lato negativo dell’essere partita dai social? Aver dovuto vendere un prodotto all’inizio che non rappresenta pienamente quello che sei?

Esatto. Sei obbligato, soprattutto all’inizio, ad emergere in qualche modo. Se nessuno ti spinge, se non fai cose che ti mettono in mostra, nessuno ti nota. Da quando ho aperto il canale sono cambiate molte cose: mi hanno contattato per un importante concorso nazionale, il “Musica è”. In giuria c’erano Alessio BernabeiValeria e Piero Romitelli (autore di molti pezzi di Sanremo 2019, n.d.r.), Matteo Becucci e Rory Di Benedetto, che ora è il mio manager. Ho partecipato a questo concorso arrivando prima su 120-130 partecipanti in tutta Italia, e lì erano presenti i talent-scout di X-Factor. Tutto è cominciato da lì.

Quindi non è stata una tua idea quella di partecipare quest’anno.

No, io avevo intenzione di provarci, ma non quest’anno. Volevo aspettare altri due anni, emergere ancora un po’, studiare ancora canto e poi provare un talent a colpo sicuro. Ero dell’idea che se fossi stata eliminata sarei stata bruciata come cantante: invece non è successo questo, dopo essere stata eliminata ai Bootcamp. Il provino è andato bene e sono andata alle Auditions. Da lì in poi mi sono ritrovata in un altro mondo.

Cosa ti ha colpito e come hai vissuto questa prima esperienza nel mondo dello spettacolo?

Con emozioni molto contrastanti. Io ho assaggiato per pochi minuti un mondo che è quello a cui aspiro. Voglio assolutamente farne parte: le interviste, le luci, le attese, la gente che strilla, le persone… io ero nel backstage con gli altri concorrenti, perché non ti fanno assistere allo spettacolo: senti solo questo boato incredibile di gente quando entrano i cantanti, che è veramente da brividi, ai Bootcamp c’erano almeno 5.000 persone tra il pubblico. Da un altro punto di vista posso dirti che è un mondo brutale: ero trattata come una concorrente, sapevo e sentivo di non essere nessuno e di dover sottostare a delle regole organizzative. Avevo anche una paura matta del giudizio dei giudici, anche in virtù del fatto che era la mia prima apparizione televisiva. Ai Bootcamp sono stati fatti dei commenti pungenti nei miei confronti da parte di alcuni di loro, Fedez soprattutto. Ci sta, è parte dello spettacolo e dell’intrattenimento, lo capisco. È però vero che ci sono artisti che si approcciano per la prima volta allo spettacolo, alla televisione: se fossi uno dei giudici cercherei di stare attenta alle parole e ai commenti. Io ho scoperto questi commenti pungenti quando ho visto la diretta da casa: ci sono rimasta un po’ male, a me scivola addosso, magari per qualcun altro non sarebbe stato così. Quest’esperienza mi ha comunque aperto gli occhi: ho capito che è questo il mondo in cui voglio stare. Mi sento molto a mio agio: l’organizzazione, la gente che lavora dietro le quinte, il “trucco e parrucco”, le foto per sponsorizzare prodotti: è figo, mi piace, è un mondo magico. Avevo paura che non sarei riuscita a sopportare la brutalità di questo mondo, ma me la sono cavata, non l’ho affrontata male. Ho riso davanti agli insulti, nonostante presti molta attenzione al giudizio degli altri. A vent’anni è normale. Penso potrei affrontare questo mondo senza problemi.

Cosa è cambiato dopo X-Factor?

Tante cose, sono nati tanti progetti, ma soprattutto qualcosa dentro di me: sono molto più sicura di prima, ho ottenuto una sicurezza enorme. Riuscire a stare su un palco alla tv nazionale di fronte a un pubblico di 5.000 persone ti forma. Soprattutto ai Bootcamp, dove ho cantato Paracetamolo di Calcutta, io sentivo il pubblico, e gli applausi. Mi sono ritrovata a cantare con il pubblico di fronte, e mi sono esibita guardando ininterrottamente le persone che cantavano insieme a me. Ora durante i concerti sono molto più carica e sicura di me: prima cantavo e basta, ora sono più showman. Per sfondare è importante essere qualcuno, ma non nel senso di essere famosi: bisogna essere una persona con un buon carattere, con una buona testa e con un obiettivo ben chiaro. Ho preso più consapevolezza di quello che sono e di cosa voglio, e di cosa voglio fare e come ottenerlo. Per emergere ci vogliono le palle. La consapevolezza è anche capire se tu, come sei fatta, vai bene per il pubblico di oggi: bisogna sapersi vendere bene. Io sto cercando di capirlo e penso che potrei funzionare. Vorrei limare qualcosa del mio carattere però, per essere sempre più adatta allo showbusiness.

Che progetti hai avviato adesso?

Io non ho mai scritto pezzi, ho cominciato subito dopo X-Factor. Il progetto è scrivere un album di 5-7 pezzi. Prima, negli anni ‘80, i talent scout ti prendevano e da zero ti formavano. Ora è diverso perché ci sono tanti aspiranti cantanti e le case discografiche vogliono un progetto già fatto: pezzi, artista e quant’altro. Già un produttore ha sentito un mio pezzo, ancora inedito, e ha mostrato interesse: chiaramente non mi prenderà mai finché non potrò offrirgli più di una sola canzone. L’idea è di scrivere pezzi e continuare a farmi sentire in giro dalle major. Io punto alle grandi case discografiche: una volta che vieni presa sei sotto la loro ala e vieni lanciato, magari attraverso un talent. Io non sono mai stata abituata a scrivere, è un mondo nuovo per me. Sto ancora imparando. Ho fatto davvero tante prove, e il risultato per ora sono due pezzi. Dopo tutto questo punterò, dietro consiglio del mio manager, a riprovare X-Factor. È complicato, perché devo andare a colpo sicuro. Nessuno prenderebbe mai qualcuno che viene eliminato due volte di fila a un talent. Voglio prima tastare il terreno e fare un po’ di strada dietro le quinte. Ad aprile ho i provini.

Che ci puoi dire sui tuoi inediti?

Ne ho scritti due. Io ho capito che serve vendersi bene, ma le canzoni scritte sulla base di esperienze reali sono molto più apprezzate. Io ho scritto questi due pezzi proprio così: il primo parla di me, descrivo le mie fragilità raccontate in terza persona dalla mia parte razionale. Il secondo pezzo parla d’amore, di due persone che convivono e che si supportano a vicenda. Ci sono degli stralci di mie esperienze anche in questo. Sto scrivendo un terzo pezzo, ma al momento niente di ancora troppo definito. Sono canzoni di genere “Indie-Pop”, alla Coez, alla Ultimo. È un genere che va e che mi piace.

Lo fai perché ti piace, perché sei brava a farlo o perché lo vendi meglio?

Io ho una particolarità nella voce. Ho studiato, certo, ma ammetto di peccare un po’ a livello di tecnica: non riesco a cantare “alla Alicia Keys”, per intendersiPerò ho un timbro particolare sulle note basse, su alcune tonalità più calde. Ho un timbro caldo, graffiato. In questo genere non serve fare cose strane o difficili, contano tre cose: il testo, il timbro “grezzo, sporco” e la melodia. Certo, non sto dicendo che non ho capacità tecniche, tutt’altro. Però, se voglio arrivare alle persone, devo trovare l’emozione e riesco a farlo bene con questo genere e questo modo di cantare.

Però non ha intenzione di intraprendere la carriera di cantante indipendente.

No, punto alle major. Secondo me se vuoi farlo di mestiere, per camparci, devi farlo a livelli altri. Fare le serate al pianobar o in piazza è un conto, ma non puoi puntare solo a quello. Voglio fare l’indie, ma non essere indie.

Credi nell’indie o pensi che sia una moda passeggera?

Tutto è passeggero. Qualsiasi stile, qualsiasi genere prima o poi passa. La dance anni ‘80 andava tantissimo, poi è passata di moda anche se era fortissima. L’indie passerà, ma non perché non sia forte, ma perché gli anni passano, le generazioni e le persone cambiano e i gusti pure.

Hai ottenuto un po’ di fama? Sei comunque molto seguita sui social.

In un certo senso… la cosa più bella che mi sia successa è stata quando stavo al McDonald’s di Pomezia e due ragazzine di 12 anni mi hanno chiesto: “ma tu sei Anita di YouTube? Ci possiamo fare una foto?” Quello è stato un grande momento. Su Instagram mi scrivono molto, e ho l’etica personalissima di rispondere a tutti. Non cambierà mai questa cosa, nemmeno quando cresceranno i numeri. Rispondo a tutti perché è grazie a loro che cresco, che ho soddisfazione per quello che faccio. Molti si stancherebbero, io non sono così.

In un certo senso ti sentirai un po’ influencer.

Fa ridere! Io non sono influencer! L’influencer in un certo senso cambia il tuo modo di fare, io voglio semplicemente emozionare le persone con quello che faccio. Chi mette, ad esempio, foto di vestiti, una “Giulia De Lellis” qualunque, fondamentalmente cambia il tuo modo di vestirti, e i maschi mettono “mi piace” in massa. Sul mio profilo invece ascolti musica, magari ascolti qualcosa che ti fa riflettere, che ti emoziona, che ti cambia la vita. Questo è secondo me essere V.I.P., delle Very Important Peoplepersone non per forza importanti ma che fanno qualcosa di importante, non delle Very Influential People. Penso che un vip ti cambia la vita, ti dà qualcosa, non è una persona che si gode e sfrutta la celebrità.

Qualche pezzo importante per te?

“Hurt” di Christina Aguilera. Non per il testo, ma perché quando ero piccola mi dicevo: “io quando imparerò a cantare dovrò saper fare questa canzone”. Io da bambina non sapevo cantare, ho iniziato a studiare molto tardi perché sono nata con dei noduli alle corde vocali. Fortunatamente non mi sono dovuta operare: crescendo il problema si è risolto da solo e appena ho potuto, ho iniziato a prendere lezioni di canto. È sempre stato il mio sogno fin da piccola. Questo pezzo rappresenta simbolicamente il mio percorso e i miei sogni. Non ne ho ancora fatto una cover perché mi mancano degli strumenti adatti a registrarla, ma per il futuro non si sa mai. Per il resto non ho mai fatto mia una canzone, vado in fissa con dei brani, con un genere, e l’ascolto fino alla nausea per metterlo poi da parte.

Ti piacerebbe vederti a Sanremo?

Troppo. È il mio obiettivo. Prima o poi giuro che ci andrò. Fosse per me eviterei i talent, ma mi sto affidando a persone più esperte di me che sanno il modo migliore per far emergere il mio personaggio nel mercato della musica. Sanremo sarebbe davvero un sogno. All’inizio qualsiasi cosa va bene, pur di emergere, poi mi farò valere per quello che sono.

Chi tifavi a Sanremo quest’anno?

Mahmood tutta la vita. A Sanremo vincono sempre i pezzi sul sociale, per una volta vince qualcuno che porta un tipo di musica nuovo e che esplora nuove frontiere inedite al festival. La polemica di Ultimo non ha senso: si è fatto in brevissimo tempo un seguito enorme, è normale che tutto il televoto sia per lui: tutti quelli che lo seguono votano per lui incondizionatamente. Mahmood aveva a malapena 50.000 followers su Instagram, Ultimo più di un milione, non avrebbe mai potuto vincere. È giusto che ci siano queste modalità di assegnazione del vincitore, per dare pari opportunità a tutti. Certo, bella la canzone di Ultimo, ma è una canzone d’amore come tutte le altre. Quella di Mahmood è originale, autobiografica, interessante e soprattutto adattissima per l’Eurovision. La polemica non ha proprio senso, con un diverso sistema non funzionerebbe nulla.

La strada del talent è una scorciatoia che intrappola o è una via per sfondare pari ad altre?

Il talent è un’ottima opportunità, ma devi sapertela giocare. Ci sono moltissime persone che hanno vinto un talent ma non hanno avuto successo, non hanno saputo vendersi bene. Altra gente è riuscita invece a mantenersi a galla: è un’onda, è il tuo momento in cui tutti ti danno attenzione, poi devi restare sulla cresta. È importante anche avere un buon team: il successo è una combinazione di talento e “culo”. 

Faresti mai un tormentone?

Sai che non lo so?!? Me lo sono chiesto molte volte. Dipende da che piega prede il tuo percorso, dall’artista che diventi. Se al tuo pubblico non piace l’idea di un tormentone, meglio lasciar perdere: il pubblico è come una famiglia, devi tenere conto di cosa gli piace, rimanendo però te stessa. Non escluderei la possibilità.

Cosa consigli ai ragazzi che vogliono intraprendere questa strada?

Che sembra stupido, ma le porte in faccia servono. Se non le prendi non vai avanti. L’ho capito grazie a X-Factor: le sconfitte ti cambiano e ti formano, ma non ti fermano.